Un atto dovuto

Commenti (1) Rassegne, Vietato

Noia, apatia, frustrazione.

Mi passerà! pensavo.

E invece peggiorava.

Mi distraevo per non pensarci, con la consapevolezza malinconica di chi quel tasto di pianoforte non potrà escluderlo per molto tempo dalla musica della propria vita.

Perché la scrittura per me è stata una medicina.

Che mi ha aiutato a dormire quando nulla faceva più effetto.

A bloccare le lacrime.

Ad attutire il dolore.

A non sentire le voci di chi mi voleva a terra.

A dare colore dove vedevo solo nero.

E in cima a tutto, che mi ha insegnato ad amare in maniera differente ciò che non sarei mai riuscita ad escludere dal mio essere: La Cucina, La Ristorazione, L’Ospitalità; con un ossessione verso l’Ingrediente a partire dalla sua stessa definizione su Wikipedia; quasi una poesia:

“Si chiama comunemente ingrediente (dal latino ingredior, entrare in, incorporarsi) ciascuna delle sostanze che vanno mescolati o aggiunti seguendo un particolare ordine al fine di ottenere una miscela unica”.

No la giacca da cuoca non sarei più riuscita ad indossarla perché stare in partita per me voleva dire stare in famiglia ed io, ironia della sorte, la famiglia l’avevo persa proprio perché amavo troppo stare in partita…..(si chiama workhaolism, ma questo è un altro discorso).

Con la scrittura potevo stare in un ristorante senza sentire che stavo tradendo i miei valori.

Ho iniziato, ma la macchina correva veloce ed io non ero nemmeno patentata.

Mi sentivo spesso dire “parli di cibo, di ristoranti, sei tecnica e precisa, ma poi scrivi le parolacce, i fatti tuoi, le tue cose personali” e la cosa mi sorprendeva, mi faceva sorridere, mi sembrava quasi un appunto illogico, come se quadro e cornice non potessero convivere; sala e cucina suscitano emozioni, le emozioni dettano il tuo stato d’animo.

Non è mai stata mia intenzione razionalizzare un piatto, un servizio di sala, un sorriso, un’apertura di bottiglia, mi piace raccontare di quando testa, pancia e cuore si allineano e di cosa accade quando non sono allineati.

Questo bisogno di dover incasellare la mia scrittura proprio non lo capivo, di darmi un posto fisso nella scaffalatura di genere, di dimensionare….

Poi necessità fa virtù, problema genera opportunità, le parolacce sono apparse in tanti blog tecnici, (taglio corto sennò mi perdo) finisce che prendo la patente, ma non mi va più di guidare.

Noia, apatia, frustrazione dicevamo…..

Chi o Cosa aveva causato ciò?

Tanti fattori, ma nessun vero colpevole.

Non riuscivo più a riconoscere le figure di cui tanti anni prima mi ero innamorata, la loro evoluzione (involuzione) nel tempo: Chef e Maestri Pizzaioli che hanno un cachet, un manager, un addetto stampa, un social media, un giornalista in casa, un blogger in busta paga, un direttore di guida “nel cassetto”, uno sponsor a far da Re della scacchiera. La parola “marchetta” usata più dello zenzero. Schieramenti, fazioni…Pizzaioli che vogliono essere come gli chef, chef (che Dio solo sa come si sono permessi) che fanno la pizza, camerieri che si sono finalmente svegliati e vogliono avidamente recuperare il tempo perso.

Riunioni massoniche travestite da congressi gastronomici.

Tutti diplomatici, ma la diplomazia alleva bugie.

L’arte dell’ospitalità tradotta in strategie di marketing e comunicazione.

Da sfondo, la paura scrivendo di essere parte e contribuire ad un sistema che non condividevo.

In prima battuta smetto di scrivere solo su Cibettiamo, perché in fondo lo spazio che si era esaurito era proprio quello delle emozioni, ma niente da fare il mio nome su carta non mi lusinga, non ne subisco il fascino, al contrario mi annoio presto e cosi a seguire smetto anche con le collaborazioni legittimando la mia decisione con l’evento ABC da organizzare.

Ho cercato la mia linfa altrove, l’ho trovata nei bambini.

Aria pulita dopo tanto smog.

Nasce il progetto ABC (Alimentazione-Bambini-Culture).

Tanta fatica e tante soddisfazioni.

Ma il tasto rotto sta sempre li e sto pianoforte o si ripara o si butta dalla finestra!.

In fondo, chiedo a voi quanto si può mentire a se stessi? (no questa domanda è a cazzo perché conosco persone che mentono a se stessi da una vita!!!).

Rewind: decido, andando controcorrente, di non mentire più a me stessa, di  affrontare la cosa e di buttare giù una strategia per riaccendere la fiammella.

Vediamo di cosa ho bisogno per procacciarmi qualche stimolo?

Di identità, di ardore, di pulizia, di curiosità, di storia, di libertà, di contenuti.

Un viaggio può darti tutto questo, nel mio caso non poteva essere in Italia.

Quindi dove?

Ho passato in rassegna ogni genere di ipotesi, un secondo mi vedevo tra gli Eschimesi e quello dopo intorno ad un fuoco con gli Indios.

Con chi partirò?

Con un’amica? da sola? con parenti? con una comitiva di single depressi?

La sera del 27 maggio, quella di fine evento ABC, quella che dovevo passare festeggiando date le soddisfazioni ricevute, scendo cosi in basso nella storia della mia vita, da capire che se non mi fossi sbrigata a scappare l’unico viaggio che probabilmente avrei fatto sarebbe stato nell’aldilà.

Volto lo sguardo, alle 4 di mattina a darmi coraggio, come spesso accade, c’era lui, mio figlio Leonardo, che dormiva con il braccio allungato verso il mio lato del letto.

Cercavo forza, purezza ed entusiasmo, chi meglio di lui poteva essere il mio compagno ideale di viaggio?.

Mancava la meta.

Il suo dito alla cieca su un mappamondo l’ha scelta, stava esattamente puntato nel golfo della Thailandia, a metà tra la Thailandia e il Vietnam.

A certe cose non si sfugge.

Del nostro meraviglioso viaggio, ho deciso di scriverne sempre attraverso le esperienze gastronomiche vissute, partendo dal basso, ovvero da ciò che ci è piaciuto meno.

Il nostro ultimo classificato è Raan Jay Fai uno street food che ha appena ricevuto una stella Michelin nell’edizione 2018 di Bangkok. (a breve vi spiegherò perché)

N.B.:

Il giorno della partenza nell’attesa all’aeroporto, decido di fare una cosa che da mesi rimandavo per quella famosa paura di sentir stonare il tasto rotto: leggo la posta di Cibettiamo.

Mai avrei immaginato.

Questo post è un atto dovuto, per scusarmi di non aver risposto per mesi, per aver smesso di scrivere senza preoccuparmi se non di me stessa.

One Response to Un atto dovuto

  1. Claudia ha detto:

    Non si può sfuggire da se stessi e meno male che non lo hai fatto. Quella maschera di cui parli, del mentire a se stessi, è un nemico terribile soprattutto quando la subisci da altri. Poi dopo infinite battaglie quando realuzzi che non vincerai, getti la spugna ed incredibilmente capisci di aver vinto. La lettura di qualcosa di tuo, di personale richiama inevitabilmente il proprio vissuto. Scrivi Catia. Continua a farlo

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