L’Altro Coco Loco, Napoli, Diego Nuzzo

Commenti (19) Ristoranti

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Avrei preferito non parlarvi dell’Altro Loco.

Avrei preferito non rivelare le sue grazie.

Avrei preferito non darlo in pasto ai pornografi della stella.

Parlare dell’ Altro Loco, che da ora chiameremo semplicemente L’Altro, è come rivelare alla tua migliore amica quanto è bravo il tuo lui a far l’amore, c’è una parte di te, quella con l’ego in poppa che vorrebbe decantare le sue gesta per quel sano desiderio di essere invidiata, di dire “l’ho trovato io!!!”, dall’altra avverti una leggera insicurezza che ti fa proiettare il suo culo celluloso al posto del tuo tra le vostra lenzuola.

E così, a seconda della paranoia che ti assale, alla tua migliore amica rivolgi le tue migliori bugie che vanno dal “sesso normale” al “niente di che” per finire in deliranti “è già un po’ che ha problemi di erezione o di eiaculazione precoce” (in fondo in certi casi la prevenzione non è mai troppa).

Parlare dell’Altro al condomino della ristorazione che si sbrodola sempre per i soliti 4 nomi è correre il rischio di focalizzare l’attenzione su un qualcosa che vorresti tutto per te, in cui non vorresti rischiare di non trovare posto, che vorresti preservare per paura che un certo indotto o certi riconoscimenti possano poi cambiare la struttura di quel qualcosa che ritieni perfetto ed armonico così com’è.

Quel qualcosa che adori per i suoi pregi, ma di cui in realtà ti sei innamorata per quelli che il condominio vedrebbe come difetti.

E poi avevo detto che domenica non avrei lavorato!.

Ma c’è un aspetto che mi ha fatto cambiare idea.

Non mi riferisco all’ottima materia prima, ne tantomeno alla sapiente scelta di lavorarla quel giusto che basta per esaltarla, bensì al modello di impresa.

Il modello di ristorazione in cui la figura dell’oste/patron è centrale.

È un modello che in passato ha caratterizzato buona parte della ristorazione italiana, mentre oggi sembra quasi desueto, soppiantato da multipli di proprietà e metodi di gestione impersonali.

Eppure qualche focolaio ancora sopravvive, sono quei ristoranti che malgrado abbiano un nome proprio vengono chiamati con il nome del proprietario.

In questo caso ad esempio non usiamo dire “andiamo all’Altro Loco” bensi “andiamo da Diego”.

Questo modello è funzionale?

In prima battuta credo che ognuno direbbe “Si”, io stessa su due piedi potrei citare almeno 4 ristoranti, appartenenti alla categoria, di successo.

In realtà ritengo questo successo un limite.

Un limite dovuto al comportamento stesso del patron.

In sintesi abbiamo un punto di partenza che vede un’esasperazione del concetto “l’occhio del padrone ingrassa il cavallo” e un finale in cui “il padrone ha bisogno che il cavallo si ingrassi solo con il suo occhio”.

Sono ristoranti che all’inizio beneficiano di un lavoro scrupoloso, a tratti maniacale del titolare, il quale riversa tutta la sua vita per la riuscita del progetto (fino ad identificarsi totalmente con il successo dello stesso), ma che in seguito pagano lo scotto di non divenire autonomi.

Sono ristoratori convinti che 3/4 della loro clientela non mangerebbe più o mangerebbe la metà se non prendesse lui la comanda, che inconsciamente soffrono se il ristorante funziona perfettamente in loro assenza, che hanno perennemente il bisogno di trovare un qualcosa che senza di loro non è la stessa cosa, che cercano un direttore bravo, ma che in cuor loro preferirebbero non trovarlo mai e che soprattutto negano fino alla morte a se stessi di avere tali caratteristiche.

Tali patron sono soliti dire “questo ristorante è come un figlio per me”, senza rendersi conto che grazie al loro ottimo lavoro il figlio è ben cresciuto e può camminare con le sue gambe ed invece loro finiscono con l’aver bisogno di portarlo perennemente al passeggino.

Questo è un limite per il ristorante, per il ristoratore e per la ristorazione in generale.

Per il ristorante perché ad un certo punto non avrà linfa nuova a cui attingere e inevitabilmente vivrà una fase di stallo.

(per non parlare del suo valore di mercato che sarà strettamente legato non all’azienda, ma ad una persona fisica!)

Per il ristoratore che finisce per autocastrare il suo potenziale invece di metterlo a servizio di altre nuove attività magari creando dei format vincenti riproducibili, in sintesi spreca il suo talento.

Per la ristorazione perché tale sistema non incentiva e responsabilizza le figure che compongono il ristorante vittima del patron “come me nessuno mai”, ne consegue una diminuzione di professionisti di settore che potrebbero emergere (non a caso lo chef di questo tipo di aziende può essere una cima e rimanere tuttavia anonimo alle cronache).

Uscendo dall’Altro Loco, dove tutto ha funzionato, dove non fai l’esperienza gastronomica della vita, ma vorresti ripetere quell’esperienza infiniti giorni della tua vita, ho una sola remora, sapere che in fondo “si va da Diego” e Diego purtroppo è solo a Napoli.

Cosa si mangia da Diego?

Diego ha intelligentemente capito che solamente in pochi possono farla strana e farla bene (la cucina) e così ha preferito farla semplice e farla buona.

L’Altro appartiene a quella categoria di Ristoranti legati a quel concetto primordiale, ma sempre attuale e funzionale in cui “SI FA DA MANGIARE PER TUTTI”.

Una mensa di lusso.

Dove mensa attinge dal vocabolo latino mensa (“tavola”) e si riferisce al concetto di tavola rotonda, per il quale tutti i membri sono uguali tra loro.

E lusso delinea l’alta qualità offerta e il privilegio di farne parte.

Non ci sono targhe, né adesivi sulla porta ma una caratteristica su tutte definisce il genere:

Le Tavolate.

(A questo punto della lettura dovremmo fortunatamente aver perso l’ utente snob gourmet che se non si fa l’assolo in sale da 20 coperti non riesce a dare un senso a quelle 150€ che spende.).

Le Tavolate sono un indice di gradimento fondamentale, in particolare modo se maggiori ai 10 coperti, se sono sedute almeno 4 generazioni e se ridono.

Le Tavolate indicano che il cliente è il soggetto e il cibo l’oggetto.

Le Tavolate indicano che nel ristorante vige la democrazia e non la dittatura dell’offerta gastronomica.

Le Tavolate indicano che le seghe mentali vanno lasciate fuori la porta e l’unica filosofia ammessa è quella epicurea.

Le Tavolate indicano che si può ancora scegliere prima la compagnia del ristorante e non in base al ristorante la compagnia.

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Ed ora gente godete:

Soutè di cannolicchi affumicati

Questi sono quei momenti in cui ti dici “io capisco che per apparecchiare bene le papille gustative l’ amuse-bouche deve essere amaro, magari un estratto, un brodo, ma cento di questi piatti tanto le mie di papille si sono apparecchiate da un pezzo!”.

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Catalana di crostacei.

Lo vedete il colore?

Ecco penso basti

Unica nota dolente l’impiattamento coppato.

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Crudo di pesce.

Un tocco in meno di olio (il mio adorato Walter Regolanti ne sa qualcosa) e stiamo al massimo.

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Baccala e provola in tempura e friarielli.

Godimento puro.

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Spaghetto Gentile a vongole.

Un assaggio che è una cattiveria.

O ne porti 100gr o lasciamo perdere.

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Mezzano Garofalo alla genovese

Una volta un certo Pignataro mi disse:

“scommetto che tu sei una di quelle fighette che va al Coco Loco a mangiarsi il crudo di pesce senza sapere che li fanno la migliore genovese di Napoli!”

Io non ho la capacità di dire se è la migliore, ma posso dire che era favolosa.

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“O rraù”.

Visto che c’ero ho colmato anche la lacuna anche del rraù.

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La carne del rraù.

Altro godimento puro

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Tiramisu.

Anonimo.

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 Pastiera.

Anche qui si può migliorare.

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19 Responses to L’Altro Coco Loco, Napoli, Diego Nuzzo

  1. Vincent Mollo scrive:

    No comment,..
    A presto…grande Diego.

  2. Davide Palazzo Davide Palazzo scrive:

    Sono stato un paio di volte ultimamente da L’Altro Coco Loco su consiglio di Gino Pesce.. davvero un ottimo ristorante.. il migliore di Napoli a mio avviso

  3. Una classe infinita

  4. Il signor Diego Nuzzo sicuramente nn si ricorda di me ho avuto il piacere di averlo come cliente al giardino Eden di Ischia e posso dire che una persona con una grandissima conoscenza enogastronomica.. spero di assaggiare presto le prelibatezze

  5. Complimenti Diego!!! Sono anni che professo questi concetti, addirittura un motopeschereccio di 25 mt abbiamo comprato per ribardirlo. Serve materia prima di qualità e stagionale per fare grande cucina, il resto sono tutti specchietti per allodole.

  6. Quirico Manca Quirico Manca scrive:

    Il nostro amico Diego Cocoloco non è replicabile

  7. Simone Cozzi Simone Cozzi scrive:

    Diego un grande

  8. Simone Cozzi Simone Cozzi scrive:

    Diego un grande

  9. Genny Parlati Genny Parlati scrive:

    Qualità, competenza e passione al di sopra …. delle stelle !

  10. Genny Parlati Genny Parlati scrive:

    Qualità, competenza e passione al di sopra …. delle stelle !

  11. Genny Parlati Genny Parlati scrive:

    Qualità, competenza e passione al di sopra …. delle stelle !

  12. Romina Novelli Romina Novelli scrive:

    Sarò presuntuosa ma il cliente è il soggetto e il cibo l’oggetto sempre,se non capiscono il mio palato che le spendo a fare 150€?
    Le seghe mentali vanno lasciate fuori la porta sempre almeno a tavola e l’unica filosofia è il cibo dell’anima quindi che faccia ridere tutto non solo il palato.
    E se le tavolate indicano che si può ancora scegliere prima la compagnia del ristorante e non in base al ristorante la compagnia, beh io sono da TAVOLATA!
    Donna Sulpizi quando andiamo?😘😘🎈

  13. Chiama e rispondo

  14. Catia Sulpizi Catia Sulpizi scrive:

    Adoro la tua velata ironia Lorenzo Fabio Rossi .
    Altro posto dove dobbiamo andare insieme

  15. Grazie per queste intime rivelazioni Catia…

  16. Catia Sulpizi Catia Sulpizi scrive:

    Amore mio tu con questa foto ti puoi permettere di contraddirmi in tutto

  17. Barbara Guerra Barbara Guerra scrive:

    Concordo! #maipiusenza

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