Identità Golose – prima parte

Commenti (197) Rassegne

image

Dichiaro:
Volutamente di non rileggere ciò che vado scrivendo per correggere, imbellettare, laccare, smussare, impacchettare, ammorbidire, la mia opinione su questa manifestazione.
La ragione è a mio pensare coerente con il modus vivendi di Identità Golose, una modalità salotto che dà ai contenuti lo stesso spazio che da un salotto (appunto) ad una cappelliera.
Se chiacchiere da corridoio devono essere che chiacchiere da corridoio siano.
Dichiaro:
Di non avere nulla di personale contro IG, al contrario di aver sempre guardato con stima le persone che ne facevano parte, di aver sempre partecipato con attenzione ed entusiasmo, che al massimo le mie parole possono essere velate da una nota di sconforto per le aspettative riposte e mancate.
Inizio da un fatto personale perché a mio avviso può essere importante capire i criteri di selezione della stampa che partecipa.
Ovvero dal mio tentativo di accreditarmi come blogger/stampa alla manifestazione.
Seguo IG dal suo secondo anno, come cuoca, poi ristoratrice, poi appassionata, poi blogger.
In tutti questi anni ho sempre pagato il biglietto tranne un anno perché sono entrata con il pass di un mio amico ristoratore.
L’anno scorso a febbraio il mio blog era nato da pochi mesi, i visitatori non erano a migliaia, eppure ho tentato l’accredito come blogger ed ho ottenuto il pass per tutti i tre giorni addirittura per due persone.
Per motivi personali e per un programma che non mi conquistava decido di non andare.
Al contrario durante poi l’anno ho viaggiato molto nel mondo per manifestazioni gastronomiche, il perché è semplice:
Le adoro.
Le ritengo espressione del modo di fare ristorazione del paese che le ospita e perché ritengo doveroso per gli addetti del settore tenersi aggiornati sui contenuti, si appunto sui contenuti.
Avendone collezionate diverse, con il mio web master abbiamo deciso di rilegare una pagina solo alle rassegne.
A febbraio 2016 con un blog che ha almeno 6 volte i visitatori dell’anno precedente ed una pagina carica di rassegne procedo tranquilla per fare il mio accredito.
Il risultato è 1 pass per una giornata.
A seguire la mail che mando all’ufficio stampa:

image

image

Per privacy non riporto le loro risposte, ma in sintesi i motivi che adducono a tale scelta sono 2:
1) visto che le richieste sono tante in questo modo si dà la possibilità a tutti di partecipare (quindi l’anno scorso che mi hanno dato i tre giorni vuol dire che c’erano 1/3 anzi 1/6 (2 pass) delle persone a partecipare???
2) Visto che l’anno scorso non hai scritto della manifestazione quest’anno ti prendi un pass per 1 giorno.
La spiegazione due l’ho trovata particolarmente interessante, ovvero tu IG non è che ti interroghi se la stampa di cui ti circondi è accreditata a scrivere, se ha la professionalità per scrivere degli chef che vanno sul palco, se è avvezza di rassegne gastronomiche, no per te è sufficiente che io abbia un blog che fa ricette di biscottini con un profilo sociale tra FB Twitter e Intastagram attivissimo che dà notizie sommarie, ma continue della manifestazione così da mantenere la propaganda sempre attiva e conquistare sempre più adepti. Ovvero una PR.
No grazie preferisco pagare.
Con il mio pass giornaliero figlio unico di madre vedova ore 10:30 sono seduta.
Tutto ciò che racconto riguarda la prima e la seconda giornata, chiedo venia quindi per qualche imprecisione dovuta ad una visione non totale della manifestazione.
Il tema mi piace molto, è quello che mi ha spinto a partecipare, certo mi sarebbe piaciuto ancor più se gli chef si fossero attenuti al tema.
Perché è chiaro che soprattutto i super big i loro video se li preparano a prescindere dal tema, tant’è che poi lo stesso video te lo ritrovi in un altra manifestazione in tutt’altra chiave di lettura.
Quest’anno la cosa è funzionata così: sale lo chef e dice “per me la libertà è …….”, poi 5 minuti dopo si fa le sue cose senza nessuna correlazione con la frase affermata.
A quei pochi chef stranieri che si sono esibiti credo che neppure sia stato comunicato il tema.
Inizia il patron Paolo Marchi spiegando il perché del tema, scelto dopo gli attentati di Parigi, ma in generale per tutte le guerre che ci affliggono.
Si rende conto che malgrado i mille contrasti i popoli si uniscono per due cose lo sport e il cibo.
Come dargli torto, anche se purtroppo il concetto non mi è nuovo.
Ad ottobre durante Semana Mesa, due chef donne Kaufmann e Kuzcynsky hanno mostrato come arabi e giudei, da sempre in lotta, si uniscono nella tavola e nel pallone.
A supporto e conferma di tale teoria oltre ad un paio di ricette con diverse assonanze, naturalmente un video che mi ha fatto buttare più lacrime di “Ghost”!.
Speriamo che le due chef non reagiscano con Marchi come Niko con Sposito.
A tal proposito il patron lancia una battutina sottile, ma non esplicita (fosse mai!) sulla diatriba perché se il povero Niko si è adirato, figuriamoci cosa avrebbe dovuto fare Michel Bras dato che il suo Le coulant au chocolat è il dolce più copiato al mondo dalle bettole fino ai top gamma.
L’onore di aprire le danze è affidato a Davide Scabin.
Premetto che “Je ne suis pas Scabin”, ma sarei fiera di esserlo dal momento che si rialza da quella batosta e dimostra a tutti, come direbbe lui (Signore perbeniste non leggete) “che ci piscia sopra la Michelin” perché lui è un grandissimo a prescindere.
In questa fase in cui un po’ fa finta che la cosa non l’ha sfiorato, un po’ fa il polemico, un po’ fa il personaggio rock alternativo, insomma tutto tranne che il cuoco, non mi appartiene.
Il suo intervento si muove quindi su questa linea, anche se poi come sempre, tra deliri e provocazioni e un orario che non gli è consono (il nostro Marchi non gli ha voluto bene che lo ha messo sul palco alle 10 di mattina) le sue cose sensate le dice sempre.
“Libertà vuol dire avere il coraggio di raccontare la propria storia, diversamente uno chef cavalca solo una tendenza”.
Mi piace, fa effetto, ma quindi?
E quindi Antropocene.
Nessuno in sala sa cosa sia, io compresa, scopro poi essere l’era geologica che parte da quando l’uomo ha iniziato ad interagire con il pianeta.
Si colloca in un orario che va dalle 23:56 alle 23:57.
Nei 3 minuti che rimangono l’uomo ha fatto un disastro.
La generazione maggiormente responsabile è quella del secondo dopo guerra.
(È ufficiale non ci sto capendo nulla!).
Finalmente torniamo a qualcosa di meno “alto” per il mio cervello, dicevamo che gli chef ormai si preoccupano di cavalcare solo una tendenza.
Vero, verissimo, ma permettimi di ricordarti che siamo noi che li vogliamo così.
È il sistema che li vuole così.
Sono le riviste di cucina che li vogliono così.
Sono le manifestazioni che li vogliono così.
Sono i programmi televisivi che li vogliono così.
Sono i social che li vogliono così.
Sei figo, “green”, un po’ puttana, ma cucini in maniera mediocre? Spacchi.
Cucini da Dio, ma fai il topo dentro la tua cucina? Li rimani.
Naturalmente poi ci sono i big, ma quelli sono big ed esenti da questo perché fortunatamente quando si sono formati tutta questa sozzerìa non c’era ed oggi vivono in equilibrio tra dentro e fuori dal sistema.
Comunque visto che a livello di tendenza Scabin è uno che ha sempre anticipato le mode ci annuncia il prossimo must di stagione con uno slogan che fa presa:
“Signori ricominciate a scorreggiare!”
Ovvero mangiate legumi.
Addio bucce di patate e rape rosse.
Si apre l’epoca dei libri sui legumi, delle ricette sui legumi, dei degustazioni sui legumi, sui nuovi sistemi di coltivazione dei legumi, sui produttori fino a ieri sconosciuti di legumi, sui nutrizionisti che hanno fatto il master sui legumi, insomma sia chiaro da oggi tutti tuttologi dei legumi.
Poi dice no agli Urban Garden, non se ne può più di questi orti nello smog o di km0 nelle grandi città, sono di gran lunga con te quando affermi provocatoriamente “meglio l’OGM almeno è merda dichiarata”.
Ma guardiamo il lato positivo, almeno gli chef non sono più costretti ad alzarsi alle 5 di mattina per andare in bicicletta dal loro fornitore di fiducia e a farsi immortalare vittoriosi con un sedano rapa.
L’orto è una cosa seria, che da grandi risultati se ci sono i mezzi, i luoghi e le persone adeguate.
Anch’io sono bionda, bianca pallida con occhi chiari, ma da qui a credermi Charlize Teron ce ne passa!.
Andando avanti è giunto il momento per il nostro Davide di togliersi il sassolino dalla scarpa.
Perché quell’incapace del giornalista della Gazzetta gli ha scritto un articolo dove sapete cosa ha fatto?
Da tutto il suo discorso ha estrapolato due frasi secche provocatorie per farne titolo e sottotitolo.
Ovvero ha fatto il suo lavoro.
“Scusami se mi permetto Davide di polemizzare e dissentire da questa tuo sentirti vittima, ma in fondo se puoi fare polemiche tu a casa degli altri con un pubblico pagante, penso di aver diritto di farne anch’io a casa mia sovvenzionandomi.
Ho letto l’articolo e ascoltato la tua aula.
Hai ribadito i stessi concetti dell’articolo, quindi nulla di inventato, di portato allo stremo o di strumentalizzato.
Quindi ribadisco per me il giornalista ha fatto solo il suo lavoro”.
Sassolino tolto vorresti avere il tempo per sparare a zero su questa critica che non sa più criticare, che non sa più raccontare o vedere il bello, ma il tempo fortunatamente per te e sfortunatamente per me che sarei stata curiosissima di sentire due parole vere non ce l’hai.
Allora visto che io il tempo ce l’ho ti dico il mio di pensiero.
La critica non sa più criticare perché ad un certo punto nella ristorazione, in qualche summit pieno di tortellini e acqua Panna si è deciso che di un posto o si parla bene o si omette, perché se tu che sei un critico affermato non parli di un posto alla lunga implicitamente si capisce che quello non è un posto valido.
Cazzata grandissima per tre motivi:
1) Perché nella vita uno fa altro oltre che lo stalker, non si può pretendere che un utente medio o un appassionato qualunque per avere notizia debba perseguitare e memorizzare tutti gli scritti di un critico per poi fare a fine anno il punto della situazione e dire “ok per sottrazione, all’appello mancano Mario e Luca, quindi da Mario e Luca si mangia male”.
3) Perché questo sta producendo generazioni di chef che non sono più preparati a ricevere il minimo appunto, che hanno un ego più lievitato del loro pane, che non sanno interagire con il confronto che produce crescita
4) Perché la critica è una cosa sana, produce responsabilizzazione a chi la fa e a chi la riceve.
Il tempo per Scabin è veramente finito, chiude con una frase ad effetto che fa sempre più showman e meno cuoco:
“Il mondo sta andando in 3D quindi attrezzatevi per vederlo come cazzo si deve”.
In sintesi mio padre direbbe:
“Hai perso un’occasione per stare in silenzio!”
Io aggiungerei:
“Per stare in silenzio e fare un piatto che avrebbe fatto parlare di te”.
Un cyber egg seconda giovinezza.
Al termine del primo intervento sono basita, questo clima da piazza, da sfogo da bar non mi piace, sono convinta che Davide avesse cose interessanti da dire, ma fargliele dire su quel palco è mandarlo al macello, ci sono ragazzi, cuochetti che hanno pagato e stavano con carta e penna a cui lui non hai insegnato nulla, ci sono critici a cui il suo messaggio non è arrivato, non so quale fosse il suo obbiettivo o il suo bersaglio, ma ho i miei seri dubbi sul risultato.

197 Responses to Identità Golose – prima parte

  1. Piergiuseppe scrive:

    se prima dell’articolo ero confuso adesso che vado a dormire ancora di più… In queste 3 ore di sonno arriverà il sogno rivelatore…

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>