Sushi B, Milano

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Nella ristorazione non sei nessuno se almeno una volta nel tuo percorso non hai fatto o ti hanno fatto la seguente domanda:

“Per te è più importante la sala o la cucina?”.

Per Raffaele Morelli e Barbara D’Urso non sei nessuno se almeno una volta nel tuo percorso non hai fatto o ti hanno fatto la seguente domanda:

“L’uomo della tua vita è più importante che sia bello o che abbia un buon carattere?”.

Su entrambe le questioni ho sparso idiozie a profusione.

Su entrambe le questioni si sono spesi e si spendono ancora vite e luminari.

Per la prima mi rifacevo a percentuali macchiavelliche, il 50% alla cucina era fisso, il resto prendeva corpo a seconda del mio umore, 10% vini, 15% le scarpe dell’hostess che mi accoglie, 10% morbidezza carta igienica, 5% fiori, 5% playlist musicale, 5% font menu.

Per quanto folli ognuno di noi ha avuto parametri deliranti simili.

Difendevo i cuochi per categoria di appartenenza, ma come cliente (seppur razionalmente non lo ammettessi) alla sala affidavo la partita.

In amore ero determinata, di bella bastavo io nella coppia, l’uomo dei miei sogni era quello dal buon carattere.

Mi trovo a riavvolgere il nastro e a mettere in discussione le mie certezze nell’anno in cui si celebrano i 100 anni della teoria della relatività.

Quella teoria che rende ogni convinzione una sostanza volatile.

Quella teoria che mi fa addormentare la sera piangendo per l’amore perso e la mattina mi fa gioire per non averlo ritrovato.(ok questa non è la teoria, ma il bipolarismo).

Quella teoria che ti fa raccontare:

“Avevo un’amica (si dice sempre così) che ha 20 anni li voleva del doppio dei suoi anni, a 40 della metà; che credeva nell’amore senza sesso ed oggi solo al sesso senza amore; che ‘la gelosia che idiozia!’ a ‘se non sei geloso è perché non ami’; da la pancetta che orribile inestetismo a senza pancia non fanno sangue”.

Quella teoria che mi fa uscire da Sushi B e desiderare di tornarci quanto prima seppur abbia invertito le mie percentuali.

Perché come disse quel genio di Benjamin Franklin “in questo mondo nulla è certo tranne la morte e le tasse”.

Tutto è relativo e subordinato ai desideri primari.

Oggi il mio uomo del per sempre (consapevole che questo tempo può essere un secondo) è quello che fa dell’onestà il suo stendardo di vita, che ha per le bugie e gli inganni la stessa avversione che ho io per il maculato, anche storpio va bene.

Oggi il locale che vorrei nella mia città è Sushi B.

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Il nome è abbastanza infelice, si ricorda facile, ma rimanda a quei mediocri localetti cinesi che fanno sushi a nastro a 9.99€, eppure deve in qualche modo funzionare visto che la proposta raddoppia con Pasta B (mai in termini di insegna credevo si potesse superare la sgradevolezza di Pastarito).

Sorrido nella prefazione del sito dove si definiscono il migliore ristorante di sushi giapponese a Milano, io sarò pure una che se la tira, ma qui l’ego sta a mille.

Per fortuna le noti dolenti sono finite.

Si erigono nello stagno delle proposte enogastronomiche dozzinali di Brera come uno splendido fior di Loto.

Malgrado l’imponenza della struttura, da fuori è facile che il locale non venga notato, come se le mura servissero più a proteggere che ad evidenziare l’ambiente.

Entri ed hai certezza di questa dinamica, se sei uno giusto lo sai che Sushi B è lì, se tiri dritto è perché non sei adatto a saperlo.

Cool e selettivo, senza imbarazzo di esserlo.

Eppure è lontano da essere uno dei questi posti sterili con drink annacquati dove ti mangeresti la qualunque pur di farti un selfie con uno sfondo di modella con carota in mano o con il calciatore dal naso colante, è piuttosto una location dove trovi entrambe le figure, ma non te le fili di striscio perché c’è di meglio da fare e da notare.

Gli interni sono molteplici e rispondono a varie esigenze di orario, di cibo e di privacy.

L’investimento economico non è stato poca cosa e il maestoso giardino verticale che incontri appena varchi la soglia è solamente una delle conferme.

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Tutto trasuda importanza seppur il tono complessivo risulti sobrio.

Le sedute come i tavoli sono comodi, ma asettici, ci sono arredi pensati, funzionali, di grande pregio, ma non perfettamente valorizzati, una mano femminile credo aiuterebbe molto in termini di personalizzazione.

Le redini del servizio sono affidate a Marco Mazzilli, una vita passata da Nobu e quindi quale figura più adatta per conoscere i gusti e assecondarli della fauna milanese invasata dal japan-jet-set .

Aria mezza snob (che ci sta da Dio), ottima parlantina, occhio che ti inquadra in 1 minuto, uno di quelli che la Milano da bere non se la è vissuta, ma sa come portarne avanti la storia.

Per stare in linea con l’ego della proprietà si è messo su la più grande cantina di vini che un ristorante etnico possa avere: 400 etichette.

Perché Marco è il maître, ma non dimentica il suo primo amore che lo rende sommelier.

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Il bar con i suoi seducenti cocktail suddivisi in East Inspiration e West Inspiration è affidato ai due barman, Alessandro Avilla e Lorenzo Andreoni rispettivamente ex Dry e Nobu, che gestiscono 250 alcolici tra distillati e liquori.

Barman

Assolutamente vietato uscire da lì senza aver bevuto uno degli esclusivi sakè e il Cosmopolitan ( Gin, Tanueray al limone, Combier, limone, melograno e fumo al lemongrass) presentato sotto una cupola di vetro per mantenere l’affumicatura.

Cosmopolitan

Il servizio è ruffiano e invisibile con un personale qualificato che si muove a seconda dei casi.

Ovvero se ti piacciono i salamelecchi loro ci sono, se vuoi sentirti importante loro ci sono, se vuoi che facciano il loro lavoro bene, ma che si tolgano da mezzo nel più breve tempo possibile, loro ci sono.

Il servizio che a me piace.

Il menù prende la firma e le gesta di Niimori Nobuya, la proposta non poteva essere da meno delle altre carte con una sfilza infinita di piatti da scegliere, oltre a due menù degustazioni (tradizionale o creativo).

La materia prima, superfluo anche solo dubitare del contrario è di altissima qualità.

L’unica cosa che non mi fa chiudere perfettamente il cerchio sulla cucina è il finale monocorde di diversi piatti tendenti sempre a quel dolce di facile presa tipico della salsa teriaky, nessun coraggio nel toccare le note acide, completamente sconosciute quelle amare.

Un appunto che mi lascia dubbia, perché in realtà i fondamentali di tecnica, senso estetico ed esecuzione sono ben svolti, quindi non sono in grado di affermare con sicurezza se la risultante è dovuta ad una svista o alla volontà di una partenza cauta di gusto.

Venendo al sodo ho iniziato con

Carpaccio di capesante con gamberi rossi di Mazara del Vallo, caviale e vinaigrette di arancia Yuzu kosyo.

Oltre ai miei problemi personali con le capesante che detesto, il piatto risulta poco incisivo di gusto e la mono testura molle non aiuta di certo.

Un inizio forse troppo in sordina.

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Gunkan di salmone e tonno, le loro tartare, brunoise di verdure, salsa di avocado.

Adoro l’idea del gunkan come contenitore, qui si aggiunge il contrasto piacevole oltre che di consistenze anche di temperature.

Salmone+avocado poi si sa è il must del momento.

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Sigaro di pasta fillo con sarde al profumo di shiso.

L’interno composto da sarde, pinoli, erba cipollina, punta di maionese e polvere di pomodoro risulta un purpuri poco equilibrato con una polvere di pomodoro che sovrasta il tutto.

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Sashimi di Ricciola con scampi mediterranei arrostiti e carpaccio di barbabietola.

Mano leggera per un piatto che forse vuole esprimere e ci riesce bene solo la qualità del prodotto.

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Sushi creativo:

Toro con foie gras; salmone,crema di formaggio, bottarga sarda e ikura; ricciola con mousse di patata viola e lingotto di caviale; scampo con tartufo toscano estivo; branzino con mentaiko ( uova di merluzzo).

Tutti intriganti e gustosi seppur dal finale sempre tondo, toro con foie gras pazzesco.

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Pollo Label ROUGE alla brace con salsa teriaky, maionese e mostarda.

Grande pollo, goduriosa pelle croccante, ma anche qui nessun movimento nel palato tra l’ingresso e l’uscita del boccone.

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…Come un pittore ( Sorbetto e salsa all’uva fragola, meringa, crema al cioccolato bianco,salsa alla lavanda).

La pasticceria è affidata a Bruno Manganaro.

Alla vista di piacevole impatto.

Al gusto perfetto per gli amanti dei dolci dolcissimi.

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