Semana Mesa 2015

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I mutamenti sono parte integrante di ogni passione che fluisce; ho indossato pantaloni a zampa di elefante come jeans super skinny, ho fumato marijuana nei concerti rock e cenato “Ai due ladroni” dopo “Lo schiaccianoci” al Teatro dell’Opera, sono stata casta e poi lussuriosa, faccio fatica a dire “che schifo” se prima non ho assaggiato.

Per scegliere bisogna conoscere.

Per le manifestazioni gastronomiche l’iter è spesso il medesimo, tendenzialmente almeno una volta cerco di partecipare a tutte, alcune si autoeliminano a stretto giro, altre le scelgo in base al credo che sto vivendo, tale metodo mi porta a farmi 12 ore di volo per partecipare ad un festival o, al contrario, boicottare (non certo per esterofilia) quello a due vie da casa mia.

Rinnegare Identità Golose dopo 8 anni di frequenza per me è stato un gesto di forte (seppure con la valenza di un granello di sabbia in un deserto) disappunto, un gesto per mostrare risentimento verso una manifestazione che ha cambiato volto e carattere, come ritrovarsi a letto con un uomo che non è più quello che hai sposato.

Era il 2006 quando partecipai alla loro seconda edizione, si intuiva la determinazione e l’ambizione del progetto, mai avrei immaginato che tali meriti si traducessero in debolezze.

Ricordo che proteggevo il mio posto nell’aula conferenza quasi al limite del ridicolo, trattenevo la pipì e la sete, ricordo gli assaggi dei piatti che a me plebea in fondo alla sala non erano certo concessi.

Ricordo la solennità degli chef che spiegavano le loro filosofie, i loro percorsi, le ricette passo dopo passo, le nuove attrezzature.

Non a caso era l’anno di Massimiliano Alajmo.

Tornavo a Roma che sembravo essere l’unica prescelta per la divinazione del sapere in cucina, ero permeata da stimoli nuovi e da un quaderno carico di appunti.

Evito il sermone del cambiamento che noto oggi, perché chiunque abbia vissuto quegli anni sa da solo fare un paragone,  con il mondo dei video che spiegano al posto dello chef, delle ricette solo  da assemblare, dei selfie, dei palchi vissuti per ricevere premi dagli sponsor o dire al massimo due battute, che si vive oggi.

Ma si sa le mode tornano e magari tornerà anche l’integrità di Identità che ha fatto scalpore per diversi anni.

Sempre in Italia stanno acquisendo rilevanza  “Le strade della mozzarella”, inutile negarlo provo una inspiegabile simpatia per questa coppia (Albert Sapere e Barbara Guerra) che ha avuto il coraggio di dare un nome così caratterizzante, ma allo stesso tempo discriminante a livello internazionale alla loro manifestazione.

Mi sono trovata in due occasioni a parlare di loro con un americano e un brasiliano e dopo un fallimentare “Le Strade della mozzarella” che suscitava il nulla, la situazione è fortemente degenerata con “Mozzarella’s street or The streets of mozzarella” e “As ruas de mussarela”!!!.

Agiscono parsimoniosi e laboriosi come le formiche, la sede madre risiede in un hotel di Paestum tanto sgargiante da superare il limite del kitsch e divenire persino bello ai miei occhi, ma tanti altri focolai stanno nascendo.

Partenopei di animo, a completare la bandiera che vede al centro la mozzarella, il rosso dei pomodori e il verde dell’olio di oliva. La pizza inevitabilmente fa da stendardo.

La loro collocazione è a metà tra l’ufficialità di Identità Golose (con tanto di guida di ristoranti) e il profano di Festa a Vico, di cui ora ho difficoltà a parlare per ragioni affettive che mi legano al posto.

Gli auguro un futuro con degli sponsor più in sordina e meno cazzeggio da parte di alcuni chef a governare un palco che ha i numeri per potersi fare strada.

Ci vedrei bene anche un super party a fine evento, ma questa è un’altra storia.

Sui colossi spagnoli come Gastronomika e Madrid Fusion di certo non devo dare notizia.

L’haute couture della cucina.

Dove la parola “tendenza gastronomica” prende concretezza, gli outfit sono presentati, le tecniche inedite rivelate, le cotture rivoluzionarie mostrate, le filosofie avanguardiste acclamate.

Cerco di assistere più che posso, se non altro per comprendere molti dei piatti che mangio in giro.

Mi rammentano la sensazione che vivevo  da bambina andando al circo, quando l’euforia dello spettacolo a luci spente mi abbandonava per fare spazio all’inquietudine di uno show che sapevo si reggesse sullo sradicamento degli animali dalla loro terra.

Anche qui scemata l’eccitazione mi chiedo se in realtà sia corretto mangiare un pomodoro che sa di pesce o forse non sia il caso di lavorarlo e rispettarlo nella pienezza della sua identità.

La Francia vede i Natali di Omnivore, (di cui ho già ampliamento parlato in un precedente post).

OMNIVORE – PRIMA PARTE

OMNIVORE – SECONDA PARTE

Oltreoceano, in Perù con esattezza, mi sono innamorata della rassegna Mistura, che presenta un’equilibrata mediazione tra tecnica/identità/prodotto.

(non mi pare poca cosa per un paese che fino a ieri a livello gastronomico non esisteva ed oggi fa sentire il fiato sul collo ai paesi più avanzati).

Anche di questo ho parlato nel link:

MISTURA – LIMA

Ed eccomi finalmente varcare il cancello di Semana Mesa in Brasile.

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Breve (spero) inciso:

Quando mi chiedono del popolo brasiliano, racconto un episodio vissuto che a mio avviso li descrive meglio dei bambini che giocano a calcio sulla spiaggia,  della “garote di Ipanema” o del forró ballato ovunque.

Era il 2006 o il 2007 mi trovavo a Buzios (posto favoloso in provincia di Rio de Janeiro) per vacanza.

Nel salire dalla spiaggia in un giorno come tanti mi sono resa conto che le strade erano deserte, a dire il vero anche la spiaggia si era all’improvviso svuotata lasciando solo i forestieri, camminando poi ho notato molti dei negozi  già chiusi e i pochi aperti apparivano senza commessi, camerieri immobili anche al terzo “Ola???”.

Una cittadina paralizzata quasi disabitata.

Andava in scena  l’ultima puntata della telenovela Terra Nostra (picchi di 75% di share).

Uomini, donne, anziani, giovani, ricchi, poveri, che piangevano indistintamente.

La protagonista si era uccisa o forse era stata assassinata, un finale triste e inaspettato.

Un popolo dilaniato.

Se la cucina è l’espressione di un popolo, Semana Mesa non poteva essere diversa da quella che è stata.

Il Brasile è il quinto paese più grande del mondo, quasi nove 9 milioni di km quadrati, se facciamo difficoltà a parlare di un unica cucina italiana, figuriamoci che impresa ardua possa essere comprendere la gastronomia di una terra così grande per di più occupata per circa 3,5 milioni di km quadrati da una macchia misteriosa quale è la foresta amazzonica.

26 Stati federati e una regione autonoma che si stanno conoscendo adesso fra di loro.

Viene da se che uno chef prima di entrare nel dettaglio di un’esecuzione cerchi di far comprendere il proprio territorio di appartenenza.

Il modus operandi è quello che cercavo di spiegare nell’inciso, sono melodrammatici in ogni forma, nel pianto come nelle risa, estremi in ogni sentimento.

È un popolo che si ama o si odia.

La struttura che ospitava la manifestazione è una scuola di cucina in zona centro.

Al piano terra una sferzata di food truck con tutto il meglio e il peggio del cibo da strada che raccoglie il paese: dalle fettuccine ai noodless, dagli hamburgers al sushi, dai tacos alle polpette di fagioli, dagli arancini al maiale fritto, dalla polenta ai waffles, un insieme di colori, profumi, personaggi indimenticabili.

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È stato il luogo della mia perdizione, non trovavo pace, baravo nelle file, in assenza di tempo delegavo altri a comprare per me, sbirciavo di continuo tra le mani delle altre persone per capire cosa altro ordinare, tutto questo alternandomi con lo spazio di fronte chiamato ” Farofa” dove con un prezzo irrisorio si poteva mangiare il meglio della cucina popolare locale. Favolosi i botteghini con le insegne tutte sullo stesso genere “La fabbrica dell’allegria”, “La casa del sorriso”.

La parte centrale era occupata dalle varie bancarelle con prodotti di presidio Slow Food, in questa terra l’associazione sta facendo un intenso lavoro per riunire piccoli produttori (spesso analfabeti) e  indottrinarli verso i meccanismi di valorizzazione e vendita dei loro prodotti.

Immaginate di prendere un contadino di una campagna sperduta prima metà del secolo scorso, bussare alla sua porta e dire “Salve lei coltiva un prodotto di grandissima qualità che va protetto, incentivato e magari commercializzato su internet!”

Tra vari intrugli più o meno commestibili, ho apprezzato la farina e le mandorle di questo frutto chiamato Bocaiúva nella zona del Mato Grosso, l’olio di Babaçu, un cocco piccolissimo, dal gusto simile alla nocciola, proveniente da una delle zone più povere, lo stato di Maranhão e il Ketchup di banana di Canela.

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Mentre sei immersa nell’esotico di questi frutti e di sconosciute radici noti un marchio a te familiare: farine Caputo.

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La pizza fritta di  André Guidon, Gil Guimarães e del pizzaiolo italiano Marco Leoni.

Non potevo esimermi dall’assaggio.

Se non fosse stato per il facsimile di mozzarella e per un olio non di raffinatissima acidità, giuro potevo stare a casa.

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Verso le 16 nel grande spiazzale andava in scena l’inizio della fine “a ferro e fogo” ovvero il mondo cucinato su infinti bracieri per riprodurre la cucina delle origini, quella del fuoco vivo degli indigeni.

Tutto naturalmente condito da una musica sempre presente e da fiumi di birra.

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Ho amato ogni iniziativa, l’allegria non diveniva mai eccesso e l’alcol mai un pretesto.

Nella seconda parte le aule degli chef.

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