Fregene

Commenti (0) Pit Stop

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Avere un figlio porta tanta felicità, tanta gioia, tante soddisfazioni, ma soprattutto, con meno retorica e più spirito di sacrificio ti porta a dire, intorno al 5 di giugno: “amore io dalla prossima settimana mi trasferisco al mare, per il bimbo sai, mica vorrai egoisticamente fargli respirare lo smog di Roma con questa afa e questo caldo!!”.

Il partner in questione, passati i primi 10 secondi in cui viene assalito dalla sindrome dell’abbandono, viene rapito da una serie di estasianti fotogrammi mentali in cui si vede, per quasi due mesi:

  1. Se, a te moglie, ti dice bene: sbracato sul divano a ciccar per terra, a bere birra a rutto libero, a guardare la Tv come se non ci fosse un domani.
  2. Se, a te moglie, ti dice male : lo stesso del punto A, ma accompagnato da una dolcissima e meno rompipalle di te, fanciulla .

In questi casi casi io applico la tecnica del “meglio non sapere” e mi godo il mare, le amiche, mio figlio, i pranzi, le cenette, gli aperitivi, la musica, il sole, e soprattutto, dopo che ho sputato sangue per perdere 4kg, la mia serie infinita di bikini nuovi.

La mia residenza estiva è stata Fregene.

Descrivere il popolo di Fregene (che poi per 3/4 è il popolo di Roma centro/nord) senza cadere in banali stereotipi da “Sapore di mare senza la Capannina” non è cosa facile, perché gli anni passano, ma certe abitudini sembrano senza tempo.

Le bambinaie sono ancora filippine, solo che si chiamano tate, l’indice istat ha visto un aumento in questi anni, motivo per cui il rapporto giusto per darsi un tono è di una a figlio e non è assolutamente necessario che la mamma lavori per averne a servizio.

La cabina resta uno status che ti descrive meglio della dichiarazione dei redditi, io stessa pur di averne una con doccia calda ho fatto fondo al salvadanaio di Leo.

Portarsi i panini da casa è assolutamente out, anzi di regola, il panino di per se è out, ricordate voi al massimo mangiate piadine.

Le mezze misure sul mezzo di trasporto non sono ammesse: o il Suv o la bici.

Quello che vi appare come un agevole stabilimento balneare in realtà è un club, con regole velate, ma rigorose, dove le differenze tra soci fondatori, onorari e ordinari prendono corpo tra ombrelloni in prima fila o meno, conti aperti al ristorante come al bar, parcheggio per la macchina sempre disponibile, file in ogni dove che si annullano.

I nuovi soci non sono i benvenuti e nessuno si prodigherà per metterli a proprio agio se non il proprietario, il quale cerca di investire in un inevitabile cambio generazionale sapendo che i soci fondatori saranno prossimi a migliore vita.

Il pettegolezzo rimane lo sport preferito sotto l’ombrellone e come potrebbe non essere se ogni anno c’è una famiglia di macellai Marchetti che si è voluta dare un tono, c’è quella che la da a tutti tranne che al marito, c’è la quarantenne con una relazione troppo stretta con la chirurgia plastica e per finire c’è la “Vrenzola” di turno che tra zeppe, unghie fluo, bikini tigrati e mille chincaglierie ha confuso Fregene con Ostia!!!.

La colazione si fa da Pandolfi, non importa se il cornetto è indecente.

“Inutile che ti irriti, ma l’hai vista la tua vicina di ombrellone? Stai ancora a pensare ai cornetti? Tu prendi una centrifuga, anzi un estratto, un caffè e ti leggi due quotidiani almeno. Ricorda “La misericordia sulla cellulite non esiste a Fregene!”

“Il pranzo?”

Qui lo spartiacque è netto: o si prende la prole e si va a casa per un pranzetto gustoso e pisolino, (errata corrige) o mandi la tua prole a casa con la tata a mangiare perennemente riso in bianco e pollo mentre tu madre ti spari un insalata, 1 ora di selfie e 1 ora di acquagym oppure si rimane al mare e ci si serve alla tavola calda dove per la prole è previsto l’upgrade con patatine fritte e pasta al pomodoro, mentre per te mamma il programma rimane invariato.

E poi ci siamo io e Leonardo.

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Insieme questa estate abbiamo stilato la nostra personale classifica su Fregene.

Il mio piatto dell’estate è sicuramente lo spaghetto cozze e pecorino del Riviera.

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Il Riviera è lo stabilimento balneare dove abbiamo alloggiato.

Popolato dalla medio/alta borghesia romana, son caduti in questa tavola almeno 6 generazioni, ma tutt’altro che una cariatide stile Vecchia Pineta, qui c’è continua innovazione su confort, servizi e in parte anche sul cibo.

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Il ristorante con una veste importante è dotato anche di una piacevole e meno informale veranda con vista sull’immensa piscina.

I suoi punti di forza sono la costanza dei piatti, ovvero mediamente sempre buoni, la scelta oculare e maniacale delle verdure, l’estrema pulizia della location e della cucina, la disponibilità del personale.

Tra i punti deboli: i tempi di attesa, seppur in parte giustificati da una cucina totalmente espressa anche a sala pienissima (prova ne è una frittura sempre dorata senza il minimo eccesso di olio), e una carta dei vini benché non banale, purtroppo troppo ridotta.

Lo spaghetto l’avrò mangiato almeno 15 volte e tutte sono state favolose.

Mantecatura top, cottura perfetta, pomodoro dolce (ma non troppo), pecorino ingentilito per non sovrastare una cozza dal sapore sempre straordinario. Sono quei piatti che ti dici “beh che ci vuole?”, poi però non vengono mai allo stesso modo.

Per Leonardo il piatto dell’estate è “il pescetto bollito di Benni con le carotine e le zucchine”.

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Benny ovvero La Baia ovvero Trattoria di mare.

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(foto di Andrea Federici)

Per molti, nessun bisogno di presentazione, è senza dubbio il posto più amato dal popolo della ristorazione sia esso lavapiatti, chef, appassionato, giornalista.

Per me il luogo del cuore, qui la mia fuitina da cui nacque tutto, qui i miei pranzi sotto la pioggia, perché La baia è in inverno che tocca il suo picco di romanticismo migliore.

Benni si dedica a te, la cucina ti delizia, i pochi pesci presi sono eccelsi, l’odore di salsedine è inebriante, il vento tra i capelli ti rende sexy, insomma amarsi è inevitabile.

D’estate è tutt’altro, nel we è come la Salerno/Reggio Calabria, ore di code e lotta all’ultimo colpo per accaparrarsi un piatto di crudo di pesce.

La cucina a volte va in sofferenza, il servizio idem, se ti siedi dopo le 14:30 ti mangi quello che è rimasto e non certo quello che vorresti, poi però non capisco per quale magia ti alzi da tavola sempre felice e soddisfatto.

Il pescetto bollito di Leo altro non è che qualità eccelsa della materia prima rispettata.

Due carote e due zucchine bollite, maionese home made e tutto prende la giusta piega.

Il piatto migliore da Benni (dopo l’insalata stracotta condita con le mani, ma questa è solo per il popolo nostalgico).

Il piatto che ci vede unanimi (ovvero che ci litigavamo nel piatto perché io so essere più bambina di Leo sulla gola):

Caprese scomposta con triglia fritta di Rosario ristorante.

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Il ristorante Rosario è all’interno dello stabilimento Albos. La posizione alta sulla terrazza, lo pone come il posto più suggestivo per il tramonto. Consigliato quindi arrivare per le 8, calice di Champagne dalla fornita e non scontata cantina curata dalla moglie di Rosario, due ostriche e baci in profusione.

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Gli interni si ben contestualizzano con l’ambiente. L’atmosfera è raffinata, ma lungi da metterti in soggezione, predominanza di legno bianco, leggere spennellate di colore azzurro, tocchi floreali a chiudere un panorama che sembra un quadro.

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Rosario lo chef/patron è un tipo discreto e poco prezzemolino, ovvero più cucina e meno relazioni, pescatore vero, un Wikipedia dei pesci.

Cucina di pesce ricercata, dove per ricercata intendo selezione della materia prima, estetica del piatto, rispetto del prodotto nelle cotture, capacità di tirar fuori il sapore dal pesce per il massimo della sua potenzialità.

La triglia menzionata è un piatto lussurioso.

C’è la frittura. C’è la qualità della triglia. C’è un estratto di pomodoro di una dolcezza infinita.

C’è la sostanza è il grasso della mozzarella. C’è l’acidità di un filo di olio. C’è il succo di qualche testa di triglia. Insomma è inevitabile che sbaraglia.

Veniamo ora ad un capitolo che mi sta a cuore: la tartara di tonno.

Qui io e mio figlio (eh si perché il poro Leo è dall’età di due anni e mezzo che viene nutrito a suon di tartara dallo sponsor che abbiamo in casa) passiamo 3 fasi alterne, che si susseguono in ciclo senza ordine preciso, spesso anche sovrapponendosi (nel senso che magari durante lo stesso giorno a pranzo ne mangiavamo una e a cena un’ altra), anche qui i protagonisti sono i medesimi di prima, ma credetemi dopo diverse intossicazioni avvenute tre giugno e luglio posso con vero senno dirvi che c’è ben poco altro.

Tartara di tonno con guacamole del Riviera: sensuale e goduriosa.

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Tonno marinato al tosazu di Rosario: un piacevolissimo fulmine di gusto.

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Tartara di tonno di Benny: vergine, integralista.

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La lista sarebbe finita, ma ho ricevuto pressioni per aggiungere il ristorante dello stabilimento “il sogno del mare” con la seguente creazione:

Gnocchetti alla crema di scampi.

Non ci crederete mai, ma questo signore per due giorni di seguito è andato presso il sopracitato posto per mangiare solo quel piatto.

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Per finire:

Come ho mangiato da Mastino? Come 20 anni fa quando la bruschetta con le telline era innovazione oggi è un cult, ma se siete dei nostalgici un pranzo (ma non di più ve lo potete anche dedicare).

Come ho mangiato all’ Ondanomala? Male, ma sicuramente eletta come Top location per selfie.

Come ho mangiato da Hand Made? Sti ragazzi proprio non l’ho capiti, tra un servizio approssimativo e un menu super ridotto, peccato perché la potenzialità della mano dello chef si intravede.

E infine la domanda che mi sono posta tutto il mese “dove mangio la pizza a Fregene?”

Allo stabilimento Capri (posto Top se si è con bambini).

Il primo che dice “ma quella non è la vera pizza napoletana!!!!” vince oltre il solito peluche, il premio come osservazione originale del mese.

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