It & Ibiza

Commenti (18) Pit Stop

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Ho mangiato italiano all’estero.

Poi dicono che nella vita non si cambia!

Io, quella che a vent’anni ebbe il dubbio che il suo primo amore non sarebbe stato il principe azzurro quando, davanti a decine di riviste per organizzare il viaggio alle Mauritius, mentre io ero sognante tra letti a baldacchino, palme e spiagge dorate, lui sapeva solo dire “mi raccomando un bellissimo villaggio italiano con un ristorante italiano, dove possiamo fare mezza pensione, anzi no pensione completa, così non rischiamo di finire a mangiare chissà dove!”.

Lo persi definitivamente al mercato del pesce di Port Luis.

Tempo fa lessi un post che divideva le persone che mangiano all’estero per categoria.

Inutile dirlo mi ritrovai nel girone dei Gourmet  (termine che inizia a starmi stretto e sulle palle non poco!), seppur in una forma evolutiva ancor più aggravata perché la citazione

“Coglie l’esperienza all’estero come l’occasione per conoscere a fondo una cultura gastronomica diversa da quella in cui è cresciuto” non esplicita appieno ciò che faccio, è limitativa se non contraria.

Io scelgo una cultura gastronomica che voglio conoscere e da lì ci lego il viaggio (scoprendo magari dopo che la mia meta ha anche un aspetto culturale/architettonico/paesaggistico non male!).
e Formentera  sono state l’eccezione oppure il primo passo verso un domani migliore, sono tornata, infatti, a sognare letti a baldacchino, palme, spiagge dorate, interessata solo alle “stelle” che facevano da sfondo alle mie romantiche nottate.

E così proprio la prima sera sono andata a cena da It.

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Quando una coppia prende in considerazione l’ipotesi di andare in un locale scambista, la remora più comune è “ma se incontriamo qualcuno che ci conosce?”, non capendo che l’indugio è privo di fondamento, dato che se si incontra qualcuno è perché sta lì a compiere il medesimo orgioso peccato, sia esso fruitore, direttore o proprietario del club.

Così quando un soggetto conosciuto come un gourmet entra per mangiare in un posto che di gourmet ha poco (da arcaici sistemi di catalogazione) e incontra uno chef gourmet e un direttore gourmet che ci lavorano, le giustificazioni sono superflue, dire “passavo di qui per caso” è poco credibile, come dire “lavoro qui sto facendo un favore a…, è una situazione di transito” non ha proprio senso, sopratutto se il risultato è una piacevolissima serata, anzi due.

It è un locale italiano contemporaneo che ben risponde alle esigenze del posto.

Ovvero un buon prodotto, uno chef valido, ambiente cool, design raffinato, bagni comodi.

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Siamo nella Marina  di Botafoch , la zona più esclusiva dell’isola, dove la presenza di escort supera di gran lunga quella delle mogli, dove nei ristoranti la presenza della polvere bianca supera di gran lunga quella della farina, dove il “no” non è tra le possibili risposte, dove vai a dirglielo tu che con i soldi non si compra tutto, dove la cena è solo l’antipasto di una notte lunga, troppo lunga!.

Non è un caso, che le altre risposte provenienti dal versante “alta ristorazione” come Heart  di Ferran  Adria  o Sublimotion  di Paco  Roncero  abbiano comunque dato ampio spazio ad un’aspetto ludico, ad un aspetto emozionale che tocchi ogni senso.
è la risposta, per ora ancora timida, di questa inevitabile richiesta di mercato, c’è il deejay, ma non è centrale, c’è un’area cocktail, ma è in sordina, come se ci fosse imbarazzo a dire ” il cibo è buono, ma qui non è tutto”.

Carnacina non si rivolta nella tomba se fai tradizione e ti diverti pure!.

Eppure niente, malgrado ai nostri cugini di oltre Alpi e non solo, sia evidente che c’è una forte richiesta di tale mercato e rispondono pronti con un’offerta quanto più esauriente possibile, noi continuiamo ad essere vittime di un pregiudizio creato da noi stessi per cui se si vuole mangiare e bere bene ti devi anche annoiare.

Ed è per questo che poi ci ritroviamo sempre a dire ” a Roma non c’è niente, Roma è di un provincialismo mostruoso!”.

Non è vero che a Roma non c’è niente, semplicemente a Roma non c’è un posto divertente che si esprime al meglio anche nella cucina.

Personalmente ci avevo sperato con Chorus avendone come location le giuste carte, ma il flop mi appare ora evidente.

Ripongo ora le mie speranze su “Garage ” prossima apertura che, su carta, dati i cognomi di firma Cracco-Elkann  lascia ben presagire, sperando poi in un eco (non troppo tardivo) da Milano a Roma.

Tornando ad It, il servizio, malgrado la giovanissima età del locale e del personale di sala, ha già trovato una buona quadratura, delineando una notevole capacità del direttore Vittorio di Maio nel selezionare il personale e di indottrinarlo, cosa assolutamente non facile ad Ibiza dove i neuroni dei ragazzi sono tutti i giorni messi seriamente in discussioni da notti folli che proseguono magari fino a due ore prima di attaccare a lavoro!.

Servizio che definirei sartoriale, cucito su misura a seconda del cliente seduto al tavolo, coppia a cui riservare diverse attenzioni di forma, russi boriosi ed esigenti che ti vogliono sempre pronto, ma trasparente, famiglie con prole numerosa e viziata dove la praticità è tutto.

Ci sono delle imperfezioni di tempo o di posate, ma tutto sempre accompagnato da un “mi scusi” ed un bel sorriso.

Il sommelier è l’unica figura che mi appare un’anima in pena, ma non per disservizio o incapacità, anzi, vorrebbe fare, vorrebbe proporre, ma ancora non sembra essersi contestualizzato ad una clientela che beve Amarone con il crudo di pesce, che in qualche caso non è per nulla interessata alla sua armonica apertura di un vino e alla sua dettagliata analisi organolettica.

Ed ora il cibo, l’orchestra è diretta da un giovane bel ragazzo, ex braccio destro di Nino  di Costanzo , Massimo  Larosa .

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Il menù di impronta mediterranea, con una focalizzata attenzione verso il sud, alcuni fac-simile di piatti Gennaro  Esposito  (per omaggiare la consulenza), il tutto con il massimo dei prodotti italiani che riescono ad approvvigionare, senza eccesso di orpelli, lavorazioni senza fronzoli, con la volontà di essere rassicuranti più che di stupire.

Una cucina buona, diretta, concreta, e soprattutto coerente con il format.

Unico neo una altalenanza di riuscita nelle due serate, lo stesso piatto una sera favoloso, l’altra ni, ma si sa che la standardizzazione dei piatti è cosa lunga.

E poi questa, il mio entrè:

Una pizza tanto buona, quanto ruffiana.

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Sono d’accordo che all’interno della filosofia pizza e nel rispetto dell’alta arte bianca, questa può essere un offesa per ogni cornicione partenopeo, ma ditemi voi se mentre stai sorseggiando un Bloody  Mary  fatto a mestiere, mentre sfogli menù e carta dei vini, ti arriva questo cibo croccante, leggerissimo (micro panetto sottoposto a 48 ore di lievitazione), ricoperto dal meglio del nostro pomodoro, del nostro olio, del nostro fiordilatte, se non è il caso di godere e basta!.

Anche la Nutella non mi sembra l’eccellenza delle nocciole piemontesi, ma io la vorrei proprio vedere la credenza di tanti filosofi!

 

Segue Il Crudo di pesce.

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Piatto che mi ha deluso in termini di pulizia, di concetto e, per un paio di bocconi, anche di qualità.

Nessuno contesta la bellezza di questa sfera di cristallo, le porcellane ricercate le adoro, ma devono rimanere sempre il contenitore e non il contenuto.

Condimenti che sovrastano il pesce, temperatura di servizio sballata.

 

Toast di branzino, salsa aromatica, salsa di limone

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Panatura ben calibrata, una cottura centrata del branzino che fa molto, una salsa scontata nell’accostamento, ma funzionale e ben eseguita.

 

Paccheri con alici, briciole di pane e limone.

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Anche qui cottura perfetta, cosa che delinea la fermezza di rendere il prodotto italiano per quello che è nella sua origine, senza sfalsare per trarre un piatto più facile da sottoporre ad una clientela internazionale.

Salsa ben dosata, senza nessun eccesso, totalmente assorbita dal pacchero, funzionale il mix di agrumi che smorza un sale leggermente eccessivo delle alici e del (pecorino?).

 

La minestra di Gennaro.

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Io direi la minestra di Massimo, perché più buona dell’originale nella mia ultima e penultima cena alla Torre, e il ragazzo combatte con una materia prima che non è certo quella di Vico.

Devo dire che gli anni a fianco a Nino di Costanzo (che stimo) hanno dato i suoi buoni frutti per una mano decisa e precisa sui primi piatti.

 

 

Dentice gratinato al basilico, melanzane, pomodoro del piennolo.

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Questo intendevo con cucina rassicurante, nessuna stonatura, tutto coerente, tutto ben fatto, lo mangi, forse lo rimangeresti, ma rimane anonimo.

 

Pancia di maiale iberico con mela, tortino di erbe amare e papacelle.

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Cottura confit di un maiale di notevole gusto, perfetta l’alternanza tra il tortino (seppur vecchio stile) amaro e la dolcezza della papaccella.

 

Branzino al vapore di camomilla e cannella con lattuga e arance.

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Piatto che non chiude perfettamente, seppur anche qui ogni componente è ben eseguito, piacevolissima la nota leggermente dolciastra della camomilla sul branzino.

 

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