Sola

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Un uomo che mangia da solo, no scusate, un uomo che mangia solo (questa solo le donne con il “ciclo” possono capirla), specie in un posto up è: uno della zona, in pausa; un turista, un imprenditore, uno che deve riflettere, un business man di oltreoceano sempre in viaggio, un ispettore di guida, il proprietario del posto, ecc.
Una donna che mangia sola specie in un posto up è: una preda o una predatrice. Ed io che sono? Il solito ibrido o – almeno – qui mi sono omologata con la razza?

A cenare sola mi sento una privilegiata e non una da “lettera scarlatta”; per me è tempo che mi dedico e non tempo perso, una scelta e non “cavolo non ho trovato nessuno che venisse con me!”.

Viaggio in solitaria anche per lontani mari da quando il bisogno di “staccare la spina” è entrato a far parte della mia agenda mensile come il pedicure e le bollette; oggi, tanti timbri di passaporto dopo, entro con fare disinvolto in qualsiasi locale e in pochi secondi, come in un piano di evacuazione, riesco ad individuare i fulcri del posto e “a chi chiedere cosa” (non per superpoteri, ma per mera deformazione professionale): questa determinazione o, banalmente, pseudo sicurezza mi porta più verso la predatrice che nel versante “povera indifesa”.

Poi però sono in età fertile, carina e abbastanza appariscente, adoro tutti i gingilli da donna vanesia e di sicuro il burka non appartiene al mio guardaroba; tutto ciò mi colloca piena nel girone delle prede.

Attualmente sto elaborando delle strategie per attenuare questi incasellamenti e per vivere al meglio le mie esperienze.

Spero care fanciulle possano esservi d’aiuto.

Scelta del tavolo: non centrale, ma nemmeno nell’angolo della punizione, volto rivolto alla sala e non in meditazione con il muro.

Scelta del cameriere: purtroppo alcuni ristoratori “vintage” tendono a vedere il tavolo da 1 come un coperto perso nell’incasso, ne consegue che nelle danze di sala si viene lasciati facilmente al caso, se non allo sbando più totale; scegliere una persona di riferimento, fargli una battuta
simpatica e una per fargli capire che non sei una sprovveduta in materia e che il concetto di meritocrazia – per la mancia – lo conosci.

Scelta del beverage: assolutamente vietato entrare nel mood visto che, essendo soli, si bevono al calice delle pozzanghere. Se il ristorante non ha una mescita decorosa far presente il proprio disappunto e/o pretendere l’apertura di un vino, a loro scelta, ma che sia degno della vostra persona.

Nella vendita al calice il ristoratore ci guadagna: quando da singolo in un hotel prendi una camera matrimoniale, non la paghi la metà esatta del suo prezzo (così come non paghi al calice il prezzo esatto della bottiglia diviso per 6), ma non si sognano nemmeno di darti le lenzuola per una piazza o un cuscino solo!!! (scusate mi sono infervorata, ma questa è una battaglia che va vinta).

Scelta del menu: “il degustazione è da intendersi per tutti i componenti del tavolo”. Bene!!! Perfetto! Quindi tu lo puoi avere perché non c’è scritto: “il degustazione è da intendersi per un numero maggiore o pari a due”; magari ci si incontra a metà strada con una maggiore tolleranza di tempi.

Evitare di posare lo sguardo, seppur in maniera inconsapevole, sempre verso la stessa direzione; magari è l’unica posizione comoda per la vostra testa, ma lì si può annidare un maschio con fervida immaginazione che ti vede già stesa sul suo letto, senza nessun petalo di rosa.
Evitare di accettare bottiglie di vino, conti pagati o surrogati vari: di sicuro tua mamma o la favola di Cappuccetto Rosso ti hanno insegnato ad essere meno ingenua. (Naturalmente questi due punti valgono solo se eventuali avances vi disturbano).

Un libro sul tavolo (che non sia Cinquanta sfumature di grigio) segnala la scelta voluta di stare sola e la presenza di qualcosa sopra il collo.

Andare al bagno provoca nel doppio passaggio a volte conseguenze disastrose: o ve la trattenete fino allo spasmo o scegliete il percorso meno compromettente; il brutto avviene quando da un lato avete la coppietta con la “lei” che ti ha inquadrato con il segnale di pericolo di morte per il solo semplice fatto che esisti e dall’altra il tavolo da 4/6, totalmente Alfa, in gita fuori porta, con gli ormoni di quindicenni.

Ora, da Sola, ero sola (questo è il bello di scrivere per se stessi, che certe battute dementi nessuno te le censura) e mai scelta fu più giusta.

Il locale si sviluppa su due piani, piano strada con 5 tavoli; il sotto di grande effetto tra pietra, archi e sedute “alla giapponese”; presenta i classici connotati del suo genere, pulizia, cura maniacale dei dettagli, arredi essenziali e sobri, ma in più ha un carattere vivo: i camerieri interagiscono con i clienti (seppur sempre con il massimo riserbo ), i clienti interagiscono tra loro dissimulando l’aspetto sacro tempio, lo chef ride, persino la stufetta dietro ad un tavolo mi piace come soluzione umana.

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I camerieri sono una flotta, praticamente l’Arpege se paragonato – ha il rapporto di una pizzeria: tutti molto disponibili, cortesi, attenti, professionali, dritti, ma non ingessati.

Seppur a pranzo e seppur 1 coperto, chiedo la cortesia di avere il degustazione della sera: dopo 5 minuti di interazione tra chef e maître, dal sorriso di quest’ultimo verso il mio tavolo, capisco che “l’uomo del monte ha detto sì “.

Bevo al calice ed anche qui sono stati iper disponibili:
1 bicchiere di Hermitage Crozes 2013 di Domaine Pierre Morey,
2 bicchieri di Puligny Montrachet 2012 di Le Clos de Bourg Domaine huet.

Inizio:
Mi portano il pane, giusto per dire “io c’ero”.

Sashimi di tonno.
Qualità del tonno, nemmeno a dirlo, strepitosa; salsa di prosciutto spagnolo dolce contrastata dalle radici piccanti ben dosate, il pomodoro a fettine sopra è un più che, tra semi e acidità, non sposa il resto. Esteticamente un fiore.

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Foie gras marinato al Miso, con gelatina di Dashi, carote gialle, carote, polvere di caffè.
Equilibrio ed estasi.

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Calamaro piastrato con il suo carpaccio, cipolle all’aceto.
Temperatura di servizio centrata al massimo, il velo di calamaro crudo si fonde come se fosse un lardo, cipolle leggermente acetate ad allungare e ad ingentilire il finale. Piatto tanto semplice quanto disarmante.

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Capesante, zucca, funghi.
Perfetta la cottura della capasanta, la zucca, presente sotto forma di crema e di lamelle, apporta una dolcezza eccessiva, aria di funghi che si sposa, manca l’elemento che chiude il piatto.

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Spigola con uova di pesce.
Spigola magistrale, leggermente affumicata, ben piastrata a lasciare una leggera crosticina, ma con un interno morbido e succoso con leggerissima nota limonata. Uova leggermente amarognole che esaltano ancor di più l’affumicatura.

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Agnello con porri, crema di porri, radice di cerfoglio e senape.
Agnello di qualità ruffiana, buono, ma poco “vero”, il resto è tutto ben calibrato, ma il piatto rimane senza sprint. Gustosa, leggermente dolce, ma delicata la radice di cerfoglio.

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  • Gelato alla mela con mousse di caramello, mela caramellizzata, nocciole.
  • Nell’esecuzione perfetta sta la riuscita di gusto di un dolce dall’idea banale.

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Gelato al The verde, fiori, mousse di cioccolato, arancia e il suo succo.
Completo e inebriante al palato.
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