Settembrini

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-“A Ca’, scusami, perché se c’è questo sole pazzesco noi ci stiamo rintanando a casa come due topi
per pranzo?”
-“Semplice: perché tu stai a dieta e mi hai appena fatto comprare del tristissimo prosciutto cotto con
tanto di insalata imbustata a fargli compagnia”.
Breve sguardo d’intesa.

-“Ok: tu porta la spesa su che io chiamo un taxi e decido dove andare”.
Siamo da Settembrini – post Gigi Nastri, ora Federico Delmonte; di questo chef non so praticamente
nulla, tranne che è marchigiano e che questo – a livello di cucina – non può che fargli bene. Meglio così,
nessuna influenza da guida, nessun amico che si offende per qualche piatto non piaciuto, nessun
conoscente a sgridarti perché certi miti non si toccano!
Ad accoglierci Luca, padrone di casa, sommelier, ma soprattutto bella faccia sempre allegra, uno
di quelli che ti mette a tuo agio e che, da buona vecchia scuola di sala, fa sempre di tutto per
accontentare il cliente; non l’ho mai sentito lamentarsi di niente e di nessuno, eccessiva bonarietà
d’animo o eccessiva scaltrezza.
Accanto a lui una cameriera di bella presenza e dai modi raffinati; unico neo che non ho amato le
unghie troppo lunghe e troppo colorate per una che ti tocca i piatti, sicuro c’è pure a chi piace.
In testa alla classifica c’è una cosa però che amo di questo posto: l’aria.
Naturalmente non mi riferisco a quella buona dose di inquinamento che respiri a pieni polmoni in
via Settembrini, ma quell’allure di cui è avvolto bar, ristorante, libreria e chi più ne ha più ne
metta.
Seduti ai tavoli sempre grandi volti noti della Roma che tesse la tela, ma non è di certo l’unico
locale in cui questo avviene. Le prerogative in più sono due: il cazzeggio in cui queste persone si
pongono mentre decidono invece le sorti del mondo, e la contemporaneità di personaggi inteso
come convivenza dell’attore super sinistroide con l’imprenditore, con il politico (dx e sin), con le
escort, con le persone di settore enogastronomico e con l’avventore che passa,vede e si ferma.
Tornando al pratico, ho la fortuna di poter ordinare anche dalla carta della sera, anche se per onor
di cronaca devo dire che quella del pranzo era già di per se abbastanza completa.

Stuzzichiamo il palato: oliva all’ascolana, Spritz!
Veramente gradevole, l’arancia allunga il sentore dell’oliva.
Ristorante Settembrini - 001
Primo piatto: Triglia, il suo succo, spinaci e mela verde.
Facciamo finta che io non lo abbia mai mangiato.

Ristorante Settembrini - 002

 

Battuta di fassona, more, parmigiano e bitter.
Bel gioco di contrasti per un piatto che molto spesso cade nella banalità.
Ristorante Settembrini - 003
Salsiccia con il sugo.
Mentre sto pensando che pure due spuntature ci sarebbero state bene, mi arriva un piatto di pesce,
l’idea non è nuova, ma non ci avevo pensato.
La presentazione con quel pezzo di pane non è proprio il massimo , tutto il resto è piacevole, su
tutto la patata con il timo mezza bruciacchiatina.
Ristorante Settembrini - 004
-“Mi allettava un piatto che ho visto sul menù del pranzo, quasi quasi lo aggiungo all’ordine” – Io,
-“Mamma mia Catia quanto rompi! Per fortuna che tu non ceni da me, che non sei una mia cliente!”-
-“Io non rompo!”-
-“Ok, non rompi allora come me la descrivi una che se c’è il menù del pranzo vuole quello della
sera, se c’è quello della sera vuole quello del pranzo, se ci sono entrambi vuole quello del bistrot,
se poi fanno anche il take away (anche se la sua casa dista 500km ) perché non dargli uno sguardo!” –
-“Magari esigente sì” – Io.

Si continua con penne e cozze.
Non amo molto le cose frullate, peggio ancora quelle sifonate, un conto è una crema, un conto è
una bella salsa, ultimamente poi il minipimer ha fatto grandi danni (es. tipico: mi sono arrivati dei
porcini meravigliosi! Ecco un bell’agnello adagiato su una crema di funghi …), ma questa pasta
non ha nulla da invidiare alle vecchie interpretazioni, non manca di struttura perché la cottura
leggermente più ardente del dovuto ben sposa la semplicità del condimento fatto solo di cozze
frullate, la loro acqua (non solo) e una grattugiata di limone.
Ristorante Settembrini - 005
Pollo al limone.
Geniale il rimando fanciullesco a pollo e sottiletta, carne compatta, tenera e di sapore; se poi penso
che 48 ore prima da Servan (Parigi) avevo mangiato un pollo di un secco ed insipido – che la metà
bastava – questo crea un plauso maggiore; in fondo, come diceva un grande, sta nella semplicità
delle cose la difficoltà dell’esecuzione!
Terrina, sempre di pollo, con un finale fresco e leggermente acidulo, ho amato questo piatto.
Ristorante Settembrini - 006
-“Ecco un’altra cosa tua tipica: se ci sono i grissini a tavola vuoi il pane; se c’è il pane tu devi
stuzzicare con i grissini, se ci sono entrambi ma un po’ di focaccina non c’è? Se poi ti arriva un
cesto mastodontico di tutto, scusi cortesemente non mangiamo pane oggi, può portarlo via?
Sul dilemma olio o burro poi non ne parliamo, scriveresti i trattati: se non hanno il Tabasco sono da
denuncia, se poi lontanamente intuisci che ce l’hanno, ma che il cameriere o non sa cos’è o non sa
dove recuperarlo, inizia la tua filippica che se fanno cocktail lo devono avere per forza e quasi
pretendi di andarlo a cercare tu.”
-“Ok, ti ripeto sono esigente, ma questo non vuol dire che io non sia una buona cliente”.

Baccalà, agretti, patata al limone.
Una cottura così del baccalà non passa inosservata, perfetta, baffa che si sfalda con estrema
eleganza, il sale c’è e fortunatamente si sente (stop a baccalà fighettini. Se volevo una sogliola
ordinavo quella!); il contorno chiude e da corpo in maniera impeccabile.
Ristorante Settembrini - 007
Filetto di maiale…come una piadina.
L’errore è il mio perché dopo tanti anni ancora non ho imparato che dove leggo filetto devo stare
alla larga. Lo chef ha dato sicuramente il massimo, ma senza un grasso dato – o dalla carne o da
una nappatura – il boccone fa difficoltà a scendere; la verdura troppo cotta poi di certo non aiuta.
Ristorante Settembrini - 008
Biancomangiare, carota, sedano e liquirizia.
Fresco, leggero, pulito, ben presentato.
Ristorante Settembrini - 009
A ruota libera.
Ho mangiato bene, non ho avuto ansie da prestazioni per un ambiente troppo ingessato, non ho
avuto l’effetto scatola cinese nel passaggio dal menù al piatto; ho digerito perfettamente, direi che
ho ben poco da dire o meglio da ridire… mentre scrivo il post però non faccio altro che chiedermi:
sono veramente così detestabile come cliente? Una delle mie amiche più care mi dice spesso:
“Catia, ogni volta che ceno con te ho l’incubo che mi sputino nel piatto!” Cerco a memoria di
guardare da fuori i miei comportamenti e contemporaneamente mi chiedo, ma perché? Come deve
essere il cliente ideale? Quanto ci sto lontana? In passato credo anche di aver letto qualcosa a
riguardo; quando la ristoratrice ero io per me il cliente ideale era quello che trattava bene i miei
ragazzi di sala, che mangiasse con senno e che con coraggio esponesse le critiche, che avesse
una buona capacità di spesa, che non pretendesse sconti solo perché cugino di terzo
grado della mia estetista e che – soprattutto – non mi raccontasse, ad ogni incontro, la storia della sua
vita bloccandomi nel servizio. Allora dando per buoni i miei criteri di valutazione, io come sono?
Ascolto con poco interesse la spiegazione dei piatti da parte dei camerieri: purtroppo a colpo
d’occhio lo so già quello che mangio; quando poi razionalizzo e mi sforzo nell’attenzione mi viene
fuori una faccia da presa per il culo che forse è anche peggio del non ascolto. Se chiedo
spiegazioni in merito a qualcosa e non ricevo risposta esauriente o peggio ancora ricevo una
risposta che lede la mia intelligenza, il cameriere al tocco di una bacchetta magica si trasforma in
un robot portapiatti; il sommelier una volta portata la bibbia a tavola, a meno di un grande carisma,
diventa un complemento d’arredo; lo chef troppo in sala mi da infinita ansia (di continuo mi chiedo
ma chi sta cucinando la mia pasta?); ho difficoltà a relazionarmi con le hostess che ti
accompagnano al tavolo tutto fumo niente arrosto, le quali alla semplice variazione di un tavolo o
di aggiunta di una sedia ti guardano perplesse e smarrite come se dovessero risolvere il problema
della fame nel mondo.
Fino a qui sicuramente non sono il massimo, poi però dimentico l’errore se vedo impegno, sono
più di cuore che di forma, lascio buone mance, grazie lo dico sempre, il coraggio di esporre qualche
critica direi che mi appartiene – anzi forse un po’ di sano silenzio non mi farebbe male – ordino
sempre almeno tre portate, non chiedo sconti, certo è pure vero che un pezzettino di storia della
mia vita te lo devi sorbire!
Alla lettura mi rendo conto che è un po’ pochino, ma le analisi in fondo servono anche a prendere
coscienza, magari per le prossime faccio un fioretto.

 

 

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Il copyright della foto dello chef Federico Delmonte è di Food & Style Company. Cortesia del sito Settembrini.

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