Le Servan

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“Basta, mamma, parco; basta ristoranti cattivi”. Al suono di queste parole il DNA di Leonardo si fa prepotente.

Analizziamo il fatto: Disneyland è una sola e penso che i due giorni trascorsi a non mangiare pasta cotta in 25 minuti, polpette con cipolla dilagante, merluzzi fritti immaginari, hamburger rinsecchiti nel solo tempo di portarli dallo chef in dish al tavolo, il tutto condito in un ambiente da “taglio del traguardo” per arrivare primi al buffet, possano essere più che sufficienti per stare a posto con la mia coscienza di brava madre e per mio figlio che da buon figlio d’arte “la merde” sa riconoscerla.

“Tranquillo, amore mio, ti salvo io” (o perlomeno con il senno di poi ci ho provato).

Tramite un’amica giusta, che correttamente avvisa della presenza di un bimbo, riesco a riservare per l’indomani a pranzo da Le ServanIl posto è il miliardesimo nello stile “lasciamo tutto al caso, ma il caso non c’è” in più, di grande poesia, abbiamo il soffitto.

Restaurant Le Servan - 001

 

Sulla distanza tra i tavoli preferirei soprassedere: credo sia più onesto chi propone il tavolo sociale.

Restaurant Le Servan - 002

 

La chef Tatiana Levha una bellezza insolita, garbata nei modi, occhioni ammandorlati, peccato con un lontanissimo senso materno.

Restaurant Le Servan - 003

 

La formula menù è la classica di questi nuovi bistrot Rino, Septime, Roseval, Saturne, Chatomat: due piatti più un dolce o un formaggio per un oscillazione di prezzo che va da 22 a 29 €. Io naturalmente non scelgo, mi faccio il menù doppio così posso assaggiare 4 piatti.

“per il mio bimbo che possiamo fare? va bene anche della pasta o del riso in bianco, con il pomodoro…”

“Solo il menù “- e non:-“mi spiace solo il menù”- (capisco, riso in bianco troppo impegnativo).

Ok, noto del pollo tra le proposte: “per favore del pollo semplice, no salse, no verdure”.

Dopo 20 minuti arriva il pollo con verdura e salsa, lo mando indietro ribadendo il banale concetto e che fanno? Lo puliscono! Pure male, visto che rimangono pezzettini di ogni cosa e dopo 1 minuto me lo riportano.

“Figlio mio, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Quattro fette di pane e un dolce sarà il suo pranzo.

Stress a parte arriva anche il mio primo piatto.

 

Porri, mandorle di mare, pompelmo.
Bel gioco di acidità finali, pulizia e freschezza affidata al pompelmo e al coriandolo, unico neo una sproporzionata quantità di porri sul resto degli ingredienti.

Restaurant Le Servan - 004

 

Ravioli di maiale su brodo di pollo.

I ravioli mi piacciono per contenuto e non per contenitore, dove il ripieno è grezzo nell’aspetto, ma ben bilanciato nel sapore con il maiale (pezzi grassi, pezzi magri), funghi e menta; la cotenna fritta e poi mollata nel brodo mi fa orrore, anche qui finale affidato a tanto coriandolo.

Restaurant Le Servan - 005

 

Merluzzo, salsa al burro chiarificato, fenouil et épinards.

Letteralmente da menù la verdura doveva essere finocchi e spinaci, io ho ritrovato la stessa, senza nome, del primo piatto mangiato, anche qui con i porri, quindi boh! Piatto slavato, con ripetizioni di ingredienti che mi da noia, salsa eccessiva, finale malgrado la salsa al burro sempre di impronta acidula.

Restaurant Le Servan - 006

 

Pollo con salsa di arachidi e carote arrosto.

A nulla serve il bicchiere di salsa con cui è ricoperto: il pollo rimane stoppaccioso; è strano poi perché nemmeno presenta una lieve crosticina data da un breve passaggio in padella, di aspetto sembra quindi lesso, ma in realtà è rinsecchito come se fosse stato lasciato per mezz’ora a cuocere. La salsa, mal tirata, dovrebbe essere di arachidi, ma il curry copre tutto.

Restaurant Le Servan - 007

 

Torta di praline rosa.
Frolla ben fatta (certo se la toppavano..), il resto eccessivamente dolce.

A ruota libera.

Che per noi Italiani l’erba del vicino è sempre più verde si sa, ma riguardo il cibo penso che possiamo parlare tranquillamente di esterofilia. Questi neo bistrot da noi ancora non sono arrivati, io aggiungerei per fortuna! Hai mangiato da uno di loro? Puoi evitare di farti gli altri tanto sono uguali, io invece da mula quale sono nelle ultime due visite a Parigi me li sono fatti quasi tutti. Nulla da dire sulla capacità degli chef che sono dietro le quinte, spesso giovanissimi, bellocci, e con curriculum di tutto rispetto: sono sicura che sradicati da queste strutture certi farebbero fuochi d’artificio; è proprio il concept che non passa.

Io voglio vedere 10 posti di struttura diversa se vado in 10 ristoranti diversi, gli architetti non sono braccia rubate alla terra (o meglio non tutti).

Io voglio la carta dei vini, tutta la super pipa sui vini naturali, la ricerca, il territorio mi va bene, ma se si integra ad un numero minimo di etichette, quattro vini biologici non possono bastare.

Io voglio lo spazio minimo di passaggio tra i tavoli, per andare al bagno non posso mettere il mio “di dietro” sul tavolo del vicino.

Io voglio mettere i gomiti sul tavolo e poter ordinare un piatto in più senza pensare che me lo devo tenere in mano perché non c’è spazio nel super radical chic tavolo da 30 per 40.

Io voglio la varietà degli ingredienti e non il gioco delle tre carte per nascondere sempre la stessa roba.

Io voglio mangiare serena, nemmeno alla mensa scolastica mangiavo con il cronometro.

Io voglio venire con mio figlio e non sentirmi una lebbrosa perché ledo il concetto di “somma maestà” chiedendoti un riso in bianco.

“A Ca’, ma l’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re”-

“Giusto” allora, come direbbe qualcuno, “rimang’ a casa mia”.

 

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